Francesca

Da una rotonda al mondo: la forza della citizen science

25 giugno, ore 9:00 del mattino. È una giornata di sole che scotta. La temperatura arriva a 28°C. Aspetto Francesca sotto casa sua, ai piedi della collina torinese. È una mattina d’estate, c’è una leggera brezza e la calma tipica dei giorni feriali. 

Francesca esce da casa pronta per una giornata di monitoraggio: pantaloncini, maniche corte, un velo biancastro di crema solare e un cappello per proteggersi dal sole. Qualche minuto dopo arrivano anche i suoi assistenti di campo, pieni di entusiasmo e assetati di esperienze istruttive. 

Il primo punto di monitoraggio è una rotonda con erba e piante, proprio sotto casa della ricercatrice. Oggi è il turno delle farfalle. Il campionamento consiste in 15 minuti di avvistamento e cattura dei lepidotteri per ottenere stime di ricchezza specifica e abbondanza. Nei giorni precedenti sono state monitorate la diversità e l’abbondanza di api, uccelli e piante. 

“Questi monitoraggi fanno parte di un progetto internazionale “UrbanBEE” in cui sono coinvolti molti Paesi, tra cui il Sud Africa da cui è partita l’iniziativa. La finalità è analizzare la presenza, la diversità e la densità delle api solitarie, oggi in declino ovunque” afferma Francesca. Le api solitarie rappresentano oltre il 90% delle specie di api nel mondo e si differenziano da quelle sociali come l’ape domestica (Apis mellifera) perché ogni femmina è autonoma e si occupa della costruzione del nido in cavità del terreno, legno morto o fessure. Essendo impollinatori forniscono un servizio ecologico fondamentale che arreca beneficio sia agli ecosistemi naturali che agricoli. Il loro declino è legato a diversi fattori, tra cui uso dei pesticidi, cambiamento climatico, patogeni e soprattutto perdita di habitat. L’ambiente urbano può rappresentare una minaccia per la biodiversità, ma se gestito correttamente, le città possono favorire la conservazione delle api e diventare un hotspot di servizi ecosistemici. 

“Questo progetto è diverso da un classico monitoraggio scientifico, perché coinvolge la cittadinanza” continua la ricercatrice. “È un progetto di citizen science, con l’ambizioso obiettivo di coinvolgere le persone e sensibilizzarle sull’importanza della biodiversità urbana. In questo primo anno di progetto pilota abbiamo selezionato più di 30 volontari residenti in varie zone di Torino, a cui abbiamo consegnato dei bee-hotel, casette in legno con dei forellini di varie dimensioni dove le api solitarie possono deporre le uova. A questi dati di occupazione colleghiamo la valutazione della biodiversità delle aree verdi circostanti. Ecco perché stiamo campionando anche in questa rotonda: qui vicino c’è il bee-hotel di mia zia.”

Mentre Francesca mi racconta il progetto, un padre con il figlio si avvicina incuriosito e chiede cosa stiamo facendo con un retino in mano in una rotonda.  “Siamo biologi dell’Università di Torino”, risponde la ricercatrice, entusiasta di avere catturato l’attenzione dei passanti. “Catturiamo le farfalle con il retino entomologico, identifichiamo specie e sesso, e poi le liberiamo.” Intanto, i due assistenti di campo continuano ad osservare con attenzione l’area, pronti a catturare ogni farfalla che vola nei paraggi. Uno di loro ha una cartellina di campo su cui annota dati e variabili ambientali: temperatura, copertura nuvolosa e specie catturate nell’area. 

In quel momento, assorta nell’osservare la biodiversità di una rotonda di Torino di cui non mi sarei mai accorta, arriva una signora da un palazzo vicino. La donna si avvicina con l’aria di chi aspettava quel momento da tempo. “Siete entomologi?” chiede. Francesca, un po' sorpresa, annuisce. La signora, dopo un sospiro, racconta di aver piantato lei, anni prima, la pianta delle farfalle che fiorisce al centro della rotonda, una Buddleja (Buddleja davidii). Tiene stretta nelle mani una scatola preziosa che apre con orgoglio, mostrando un gigantesco cervo volante (Lucanus cervus). Un coleottero caratterizzato da mandibole molto sviluppate che usa nei combattimenti per la riproduzione, minacciato dalla distruzione dell’habitat e, per questo motivo, protetto dall’Unione Europea. Non vedeva l’ora di mostrarlo a qualcuno che lo avrebbe davvero apprezzato.

La mattinata si apre con due incontri preziosi, che colgono perfettamente il senso della citizen science: coinvolgere il cittadino, smuovere gli animi. 

“Mi piace fare ricerca, ma ciò che davvero mi emoziona e mi muove è insegnare qualcosa a qualcuno. Arrivare oltre al mondo accademico. Arrivare ai cittadini, fare in modo che si guardino attorno con occhi diversi. Non è necessario andare in posti lontani e selvaggi per osservare la biodiversità: anche in città c’è una vita che brulica”, dice Francesca con umile orgoglio. “Incredibile che, nel giro di qualche mese, un bee-hotel da pochi euro abbia smosso gli animi delle persone.” 

La zia di Francesca è un esempio di come possa cambiare la percezione delle cose quando all’esperienza emotiva si associa la conoscenza. È una donna di 64 anni, attenta a tutto ciò che accade nel quartiere. Una donna d’altri tempi, che tiene alle piccole cose e all’ordine: i cespugli devono essere potati, l’erba tagliata, le erbacce eliminate. Insomma, una tester perfetta per il progetto.

A marzo, quando inizia la ricerca, Francesca le affida un bee-hotel, il suo bee-hotel. La signora prepara il caffè per la nipote e, prima ancora che la fragranza si diffonda nella stanza, corre in balcone a controllare se le sue api siano arrivate. 

“Quando ho spiegato a mia zia che lasciare alcune zone di verde urbano non sfalciate — anche se possono sembrare disordinate — è fondamentale per gli impollinatori, ha iniziato a cambiare idea.” Dopo qualche settimana, le api hanno colonizzato il bee-hotel. “Non sai che soddisfazione, Francesca! Sono arrivate le mie api” esclama la zia davanti a una tazza di caffè. Le api solitarie depongono le uova nei fori della struttura e li sigillano con terra, che sarà riaperta dalle giovani api pronte a volare via. 

“Non sai che regalo mi hai fatto, ora faccio caso a ciò che mi circonda” scrive un’altra volontaria. È questa la forza che spinge Francesca ad andare avanti: la sensazione di aver lasciato un piccolo segno per cambiare le cose.

Siamo sommersi ogni giorno da notizie negative: guerre, crisi ambientali, catastrofi. Ma per avvicinare le persone alla conservazione ambientale, non basta informare. È necessario coinvolgere emotivamente. Così come un fumatore ignora i rischi scritti sul pacchetto, anche le persone non inizieranno a prendersi cura dell’ambiente solo con i dati. Serve sentire, avere cura, interesse per ciò che ci circonda.

Il lavoro di Francesca è un piccolo, ambizioso passo in questa direzione.

C’è poi un altro paradosso urbano che il progetto mette in discussione: il cosiddetto “pigeon paradox”. Vivendo in città, ci sembra di essere circondati dalla natura solo perché vediamo piccioni, nutrie, scoiattoli grigi o altri animali sinantropici che si adattano alla stretta convivenza con l’uomo, trovando spesso rifugio e nutrimento nelle aree antropizzate. Ma la biodiversità vera è un’altra cosa. È una rete complessa di interazioni che riguarda vari livelli di diversità e comprende anche quegli organismi che spesso ignoriamo perché piccoli e così diversi da noi: api solitarie che nidificano nei bee-hotel, farfalle dai colori delicati che si posano su una budleia dimenticata, cervi volanti ritrovati morti vicino a casa e custoditi con stupore in una scatola. Ed è proprio questa biodiversità, più fragile e invisibile, che Francesca e i suoi volontari aiutano a riscoprire. Un lavoro che insegna a guardare con occhi nuovi anche il più trascurato angolo verde della città.

Francesca è una ragazza decisa, ma molto umile e modesta. La sua sindrome dell’impostore - tipica di chi conosce abbastanza da sapere quanto vasto sia ciò che resta da conoscere - emerge in alcune sue frasi. Ha poco più di trent’anni, ma un’esperienza di vita lunga e tortuosa. Convinta da sempre di non essere portata per le materie scientifiche, inizia una facoltà umanistica. Un giorno, però, durante una lezione, legge un articolo su Margherita Hack. La scienziata, in modo simile a lei, aveva iniziato a studiare Lettere, ma poi aveva capito che si stava prendendo in giro: lei voleva essere una fisica. Leggendo quelle parole, Francesca torna a casa e, nonostante l’incredulità della famiglia, si iscrive a Scienze Naturali.

Decide di inseguire il suo sogno, malgrado i dubbi di chi le vuole bene e l’ostacolo, tutt’altro che trascurabile, del temibile esame di matematica. Così come la Hack ha ispirato Francesca, anche lei oggi condivide la sua storia: “Forse chi ha vissuto paure e perplessità simili alle mie può capire che farcela è possibile”. 

Parte per un dottorato in Canada, per studiare orsi e lupi e le dinamiche tra prede e predatori. Ma lì, l’incontro con un professore particolarmente critico la mette in difficoltà: le sue continue osservazioni finiscono per minare la fiducia che Francesca ha in sé stessa. “Una depressione e diversi mesi più tardi lasciai tutto e tornai in Italia. Volevo mollare il mondo accademico, ma poi ho ritrovato due mentori degli anni di specialistica, Enrico e Dan - lo yin e lo yang – che, nelle loro diversità, mi hanno convinta, nel tempo, a riprovarci. Ed eccomi qui, a lavorare su un progetto internazionale”. 

Pieris” esclama con vigore ai compagni di monitoraggio. 

Siamo alla sesta area della mattinata. Sono le 13:30. Il sole è rovente. Il termometro in macchina segna 41 gradi. Parliamo all’ombra di un muro. Francesca mi racconta la sua storia, ma tiene lo sguardo fisso sull’area di studio per non perdere nessuna farfalla, nessun dato. 

Il progetto su cui lavora coinvolge Torino, Milano, Johannesburg, Cape Town, Budapest e Vienna. Questi Paesi portano avanti indagini simili, che permetteranno uno studio comparato tra città e continenti. In questo contesto, il lavoro di Francesca ha anche un importante risvolto sociale. In molte città, la biodiversità è un privilegio riservato ai quartieri più ricchi: dove ci sono più soldi, ci sono più alberi, più giardini, più animali – un fenomeno noto in ecologia urbana come “luxury effect”. Il verde urbano diventa uno status symbol, e con esso anche la vita che lo abita. Il progetto si propone di indagare se Torino segua questo schema: aree come la Crocetta, ad esempio, contrariamente al modello, sono benestanti ma poverissime di verde. Si intende, quindi, analizzare se esista una correlazione tra reddito e biodiversità e, se possibile, rompere questo paradigma, restituendo il verde – e la vita – anche ai quartieri più periferici, dove nessuno si aspetta di trovarli.

 

Il verde urbano è fondamentale per il benessere dei cittadini. Oltre a fornire servizi ecosistemici come la regolazione del clima, l’impollinazione e il supporto alla biodiversità – indispensabile per il funzionamento degli ecosistemi – offre benefici sociali e psicologici, contribuendo in modo significativo alla qualità della vita urbana. Un accesso diseguale alla biodiversità e ai servizi ecosistemici, legato al reddito, suggerisce che le politiche di gestione delle aree verdi dovrebbero integrare considerazioni sociali oltre che ambientali, per creare città più eque e sostenibili. Questo significa coinvolgere i cittadini, ma anche i vertici, i Comuni, le istituzioni pubbliche e chi si occupa della gestione del verde urbano. Il progetto si inserisce negli obiettivi dell’Agenda 2030, per rendere le città più sostenibili e resilienti ai cambiamenti climatici. Su questo punto Francesca è molto chiara: “Lo sfalcio continuo dei prati, oltre a diminuire la biodiversità, porta ad avere suoli più secchi e caldi, che a loro volta assorbono più calore”. 

In un’epoca di crisi ambientali e disillusione, questo progetto ricorda che cambiare è ancora possibile. Anche partendo da una rotonda di periferia. Serve ascolto, passione, conoscenza. E la disponibilità a sporcarsi le mani. A volte basta un bee-hotel, un retino e la pazienza di osservare. Perché la scienza, quando arriva al cuore delle persone, smette di essere solo teoria. Diventa possibilità. Come in quel quartiere, in quella casa della zia, pervasa dall’aroma del caffè. E da una signora che guarda con stupore la casetta delle api. 

Bibliografia di riferimento

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