Sabrina: la conservazione in prima linea 

Quando la conservazione diventa azione: la quotidianità di chi difende la natura ad Abelana. 

Abelana Game Reserve è un’area protetta di 15.000 ettari nella provincia del Limpopo, Sudafrica, a pochi chilometri dal Kruger National Park, uno dei parchi più grandi e antichi dell’Africa. Qui, foreste ripariali lungo il fiume Selati si alternano a formazioni rocciose granitiche, creando un habitat che ospita i Big Five — leoni, leopardi, elefanti, rinoceronti e bufali — insieme a ghepardi, licaoni e oltre 230 specie di uccelli, dall’aquila pescatrice africana al falco pellegrino. Questi paesaggi conservano una memoria che altrove si è persa: quella della megafauna. In buona parte del mondo, gli animali di grandi dimensioni sono scomparsi poco dopo l’arrivo di Homo sapiens. Qui, per ora, resistono. Ma non senza fatica.

Mi avvicino a questo mondo non da turista del lodge di lusso che si trova all’interno della riserva, ma da biologa e volontaria di LEO Africa, un’organizzazione indipendente che vive solo dei contributi dei volontari e si dedica alla conservazione e al monitoraggio della fauna selvatica.

Dopo un lungo viaggio, varco il confine della riserva. La terra rossa si stende sotto un cielo limpido, attraversato da una brezza leggera. Il silenzio è ovattato, quasi un invito a rallentare e ascoltare. Ma questa calma che sembra regnare sovrana nasconde, come scoprirò presto, momenti di pura adrenalina.

Sabrina mi accoglie subito con il passo deciso di chi conosce ogni angolo di questo luogo. Minuta e determinata, con lunghi capelli castani raccolti in una coda e occhi vivaci. È sorridente e gentile, ma sa farsi rispettare. Ex-tennista di alto livello, si è innamorata dei leoni e di LEO Africa durante un periodo di volontariato nel continente africano. Insieme al suo compagno Koos, guida un team di ranger impegnati nel monitoraggio, nell’anti-bracconaggio e nella raccolta dati.

Per il primo giorno nella riserva, Sabrina prevede una routine tranquilla, un’occasione per imparare le attività e i compiti da svolgere come volontaria. Poco dopo colazione, però, arriva di corsa: “Cambiati, abbiamo un’emergenza! Hai cinque minuti per prepararti.” Senza capire bene cosa stesse succedendo, afferro la mia macchina fotografica e salgo sul cassone del furgone che parte sfrecciando sulle strade polverose della riserva. Il cassone odora di acre e selvatico, viene usato per trasportare animali feriti o morti.   

Un leone, che non veniva monitorato da giorni, è stato avvistato fuori dall’area protetta. Il team si muove rapidamente per catturarlo, sedarlo e riportarlo in sicurezza. L’auto sfreccia tra salti e sobbalzi; sento l’aria nello stomaco, come sulle montagne russe che, sin da bambina, temevo. L’adrenalina è palpabile quando arriviamo sul posto: in pochi minuti l’animale viene individuato e adagiato su una portantina. È maestoso ma fragile, e non posso fare a meno di ammirarlo.

Il lavoro quotidiano di Sabrina e dei ranger serve a studiare i movimenti e i comportamenti degli animali, ma soprattutto a proteggerli da minacce come il bracconaggio, i cambiamenti climatici e la distruzione dell’habitat. Lì, i lacci metallici disseminati nella riserva dai bracconieri possono essere fatali, intrappolando, indiscriminatamente, qualsiasi creatura vi rimanga impigliata.

I bracconieri sono spesso persone del luogo in condizioni di povertà o membri di reti criminali internazionali. La cattura degli animali può essere motivata dalla necessità di ottenere carne (bushmeat) da vendere o consumare, parti utilizzate nella medicina tradizionale o materiale prezioso da rivendere nel mercato nero internazionale. Per proteggere le specie più vulnerabili, i ranger adottano strategie che vanno dal non divulgare informazioni sensibili degli animali al privarli di ciò che li rende un bersaglio. È il caso dei rinoceronti. “Sediamo gli esemplari e tagliamo il corno,” mi spiega Sabrina. “Vale decine di migliaia di euro al chilo. In Cina lo usano per febbre, epilessia, malaria... ma è solo cheratina. Praticamente come mangiarsi le unghie.”

Tra le specie più vulnerabili ci sono i ghepardi, oggetto di particolare attenzione. Con una bassa variabilità genetica causata da un collo di bottiglia evolutivo e da decenni di caccia, questi felini sono esposti a rischi maggiori legati a malattie e cambiamenti ambientali. Per questo motivo, è stato creato un database genetico che raccoglie i profili dei singoli individui, consentendo di gestire la conservazione e gli spostamenti degli animali in modo da mantenere la massima diversità genetica possibile.
I ghepardi sono cacciatori straordinari, ma nella gerarchia dei grandi predatori occupano il gradino più basso. Leoni e iene li minacciano, come competitori e predatori occasionali. A differenza dei leopardi, che difendono i propri pasti arrampicandosi sugli alberi, i ghepardi — agili e veloci — tendono ad abbandonare la preda se la situazione volge al peggio. Il loro successo nella caccia è notevole, ma la loro debolezza è strutturale: ossa meno robuste, resistenza limitata, nessuna propensione alla difesa del pranzo.  

Ad Abelana, abituati alla presenza umana, si lasciano avvicinare senza paura. Passiamo ore ad osservarli, prima, durante e dopo la caccia - una danza perfetta di abilità e sopravvivenza. Una mattina assistiamo al primo incontro tra due fratelli della riserva e una femmina. Lei, giovane e inesperta, scappa spaventata, inseguita dai due maschi irruenti. Quando lo spavento iniziale si placa, avviene l’accoppiamento. Quell’incontro porta la speranza di una nuova generazione.

Le fototrappole disseminate nella riserva permettono di monitorare anche le specie più elusive. In una delle giornate dedicate al recupero delle schede di memoria, mi rendo conto di trovarmi in un mondo pieno di segnali che ancora non so interpretare. Sotto la guida di Koos, inizio a decifrare un vero e proprio linguaggio segreto della natura: “Vedi queste strisciate rosse? Un leopardo ha trascinato qui la sua preda”. Seguiamo le tracce fino a un albero, dove scopriamo un impala sospeso tra i rami. Nella stessa mattinata, ci imbattiamo in una giraffa con una zampa stretta da un laccio metallico, che ne ostacola la circolazione del sangue. La zampa è gonfia e l’animale fa fatica a camminare. Ancora una volta, veterinari e ranger intervengono tempestivamente per salvarla. Questa volta partecipo anch’io attivamente alla cattura. Mi ritrovo a cavalcare il collo di una giraffa sedata, in una scena che ricorda più un rodeo che una procedura veterinaria. Ma, sfortunatamente, si risveglia prima del previsto. Si solleva con uno slancio che rivela tutto la sua forza - e tutta la mia fragilità. Finisco a terra con un ginocchio dolorante e un vago senso di riconoscenza verso la giraffa, per non per non aver fatto di peggio.

Nelle settimane trascorse con Sabrina, e grazie ai suoi racconti, emerge con chiarezza la portata della crisi: impala, zebre, giraffe, iene, ma anche leoni, leopardi e ghepardi portano i segni delle trappole. La lotta si estende ben oltre le ore diurne. Di notte, i ranger restano nascosti per ore, sperando che i carnai allestiti durante il giorno attirino le iene, tra cui una che da mesi porta al collo un laccio che le lacera la carne. Ogni mattina, nonostante la fatica e la frustrazione, Sabrina è lì, in campo con i suoi volontari, canticchiando alla ricerca dei leoni che segue da anni.

In un contesto globale in cui le aree protette statali non sono più sufficienti a garantire la conservazione completa degli habitat e delle specie, le aree di conservazione private assumono un’importanza crescente. “Queste aree rappresentano una risorsa strategica per integrare la rete di conservazione nazionale, soprattutto in un territorio ricco di biodiversità come il Sud Africa. Spesso si trovano a operare in quella zona grigia in cui la tutela ambientale convive con il turismo — ed è proprio in questa terra di mezzo, fragile e piena di contraddizioni, che si gioca il futuro della biodiversità,” conclude Sabrina.

Durante il mio percorso di ricerca universitaria, ho sempre vissuto un approccio conservazionista silenzioso e distante, fatto di osservazione passiva e di minimo impatto diretto. Qui ad Abelana, però, ho scoperto un’altra faccia della medaglia: quando si tratta di preservare specie minacciate di estinzione o rare, la conservazione può diventare un impegno attivo, fatto di coraggio e interventi sul campo mirati a garantire la sopravvivenza della specie. Sabrina e il suo team incarnano proprio questa seconda modalità: combattono ogni giorno per difendere un hotspot di biodiversità.